Blockchain: ecco le smart city giapponesi progettate sulla «catena dei blocchi»

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La prima smartcity basata su una blockchain è appena andata online a Tokyo ai primi di maggio. È un esperimento, un prototipo da replicare nel resto del mondo. Ma è stato costruito nel cuore di una delle aree più ad alto valore del pianeta: il distretto di Daimaruyu, che riunisce tre quartieri di Tokyo compresi fra la Tokyo Station e il Palazzo imperiale. Un’area di 120 ettari di proprietà del braccio immobiliare di Mitsubishi da quasi 130 anni. Oggi, dopo la bonifica e la creazione di una delle aree a maggiore densità di valore economico del pianeta, sugli strati di infrastrutture e servizi tradizionali si è aggiunta anche la rete blockchain.

L’obiettivo è la condivisione dei dati che, secondo Fujitsu, il creatore della parte tecnologica del progetto, sono l’elemento fondamentale per la co-creazione di valore che convince le aziende a condividere i propri dati senza perderne il controllo. «Siamo entranti nell’era della digitalizzazione – dice Eiji Ikeda, senior manager servizi di Fujitsu – in cui possiamo raccogliere tantissime informazioni nei modo più diversi ma sono molto frammentate e difficili da condividere tra le organizzazioni e funzioni diverse. Non c’è un processo standard per la condivisione o un ambiente per la co-creazione, in cui siano rispettate sicurezza, privacy e relazioni egualitarie tra le aziende che partecipano».

Utilizzando una blockchain (Hyperledger Fabric) Fujitsu ha creato l’infrastruttura software Virtuora DX attraverso la quale permettere ai partecipanti di condividere non Bitcoin ma data e smart contracts. I dati diventano così un servizio di cui i partecipanti possono usufruire per creare innovazione ma senza che i singoli dati escano dal perimetro aziendale.

L’area di Daimaruyu ha una densità economica e strutturale eccezionale anche per il Giappone: in 120 ettari è condensato un valore di 135mila miliardi di yen (il 10% del Pil giapponese) con 106 grattacieli per un totale di 4.300 uffici: ci lavorano 280mila persone che si muovono grazie a 13 stazioni ferroviarie e metro, con 28 linee (15 soprelevate, 7 sotterranee e 6 Shinkansen), sfamati da circa 40mila ristoranti, 90mila negozi e più di 110mila strutture di servizi. Qui hanno il loro quartier generale 16 delle più grandi aziende al mondo (nel resto di Tokyo ce ne sono altre 23), mentre, per paragone, a New York ce ne sono 17 e a Londra 19.

Il 30% di tutti gli edifici dell’area appartiene a Mitsubishi, che ha affrontato il tema della co-creazione di valore come un obiettivo strategico: «Vogliamo sviluppare – dice Hiroyuki Okuyama, Senior manager open innovation Mitsubishi – una comunità capace di creare ancora più valore scambiandosi dati in maniera e con modalità però accettabili per tutti, sia da un punto di vista aziendale che degli interessi pubblici, per costruire una società dell’informazione sempre più ricca».

Come l’Europa vede l’entrata in vigore della Gdpr questo maggio, anche il Giappone nello stesso mese avvia un approfondimento della normativa esistente sul trattamento dei dati. Al progetto Daimaruyu collaborano SoftBank, colosso del software giapponese, e l’università di Tokyo con il professor Yokio Ohsawa, che ha studiato soprattutto la “data jacket” delle informazioni nella blockchain e le tecnologie per la loro visualizzazione.

Ci sono le informazioni economiche che provengono dalla gestione di tutti i palazzi da parte di Mitsubishi ma anche quella dei sensori IoT raccolte da aziende di trasporti, dai gestori degli impianti dei palazzi, nei negozi dall’andamento delle vendite e dalla disponibilità dei beni, dal flusso di dati provenienti dagli hotel (le camere disponibili), dai ristoranti (i tavoli prenotabili, i menu), fino ad arrivare a decine di centinaia di dati categorie di dati di livelli tra loro completamente diversi: quanto crescono gli affitti al metro quadro oppure quanti clienti ci sono ogni sera nel locale di karaoke. Con l’arrivo dei gestori dei sistemi di pagamenti si potrà vedere sia come si spostano sia le persone che il valore e la posizione di ogni transazione.

Man mano che le varie basi dati saranno condivise, chi si collegherà alla rete blockchain di Fujitsu (pagando a postazione di utilizzo) verrà via via autorizzato (o no) ad accedere ai dati dai rispetti proprietari, per poi rielaborarli per creare nuovi servizi e prodotti

«Vogliamo migliorare la soddisfazione di chi abita e fa business nel quartiere – dice Okuyama – ma anche dei numerosi turisti. Sembra una cosa semplice all’apparenza ma finora nessuno è mai stato in grado di coordinare una massa di open data proveniente da così tante sorgenti tra loro così eterogenee».

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Sorgente – ilsole24ore.com

2018-05-30T14:05:08+00:0030 Maggio 2018|Feed Il Sole 24 Ore|0 Commenti

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