Partiamo dalle notizie, anzi dalle denunce. Amazon stata accusata di registrare dati dei bambini senza il consenso dei genitori
con il dispositivo Echo Dot Kids Edition, la versione per ragazzi del suo speaker. Siamo negli Stati Uniti, il paradosso
che Echo Dot Kids stato annunciato un anno fa e presentato come una versione di Alexa per piccini e quindi con la possibilit
offerta ai genitori di controllare tutto quello che sente e che registra lo speaker.

GUARDA IL VIDEO / Amazon ci ascolta, un team ‘origlia’ i comandi ad Alexa

Nel lanciarlo Amazon aveva descritto il dispositivo come una nuova modalit per i bambini per divertirsi e imparare con Alexa,
senza traumi per i genitori che sarebbero stati in grado di controllare i contenuti a cui i minorenni avrebbero avuto accesso.
La denuncia presentata alle autorit federali da alcune associazioni per la tutela della privacy dei minori sar analizzata
nel dettaglio e non banale nei contenuti. Secondo l’accusa, Amazon conserva i dati delle conversazioni dei bambini nel cloud
nonostante i tentativi dei genitori di cancellarle, e raccoglie i loro dati in violazione delle direttive per la tutela dei
minori online. Secondo Amazon invece non cos anzi la loro versione gratuita del software FreeTime offerta gratuitamente
insieme al dispositivo offre gi ai genitori alcuni controlli su come i loro figli possono interagire con il prodotto. Da
capire sono le Skill le applicazioni di terze parti. In tribunale si gi capito che la discussione verter sopratutto sulla
comprensione da parte dei genitori delle regole del consenso per queste applicazioni e quindi sulle regole di ingaggio delle
norme d’uso.


In Europa al contrario il dibattito sembra allargarsi anche alla societ civile. In Inghilterra un rapporto della Commissione
infanzia dal titolo “Who Knows what about me” ha lanciato un allarme sull’impatto a lungo termine della profilazione sui minori.
Nel mirino non ci sono i social network ma tutto: tablet, smartphone, a volte assistenti vocali, spesso video o cartoni, quasi
sempre videogiochi. A tutti gli effetti svolgono il ruolo della baby-sitter. Lo sanno beni i genitori contemporanei che, statistiche
alla mano, si affidano pi che mai agli schermi dei dispositivi elettronici per intrattenere i propri figli. Sostituendo cos
il parcheggio davanti alla televisione che hanno vissuto le generazioni passate. Cambiano i sensi di colpa ma anche, si
potrebbe dire, gli orizzonti. I genitori del passato erano accusati di lasciare i figli a guardare troppa tv. Quelli del
presente sembrano avere perso il controllo su quello stanno vedendo (e facendo) i loro piccoli davanti agli schermi. Si sentono
inadeguati a comprendere le novit del digitale ma al tempo stesso lottano per stare al passo con coding, robotica e tutte
quelle attivit che sembrano favorire in futuro l’ingresso dei loro figli nel mondo del lavoro della societ digitale. Secondo
gli esperti i genitori non si devono fidare ciecamente delle tecnologie che arrivano in casa come se fossero giocattoli di
legno. Soprattutto quando il dispositivo si connette al web senza la presenza di software di parental control per la gestione
dei contenuti. Per la prima volta non ci possiamo fidare.


Serve studiare il funzionamento di queste applicazioni, comprenderne le potenzialit e i pericoli. E arrendersi a logiche
diverse da quelle che conosciamo. Come nel caso di Apple che di punto in bianco ha rimosso dal suo App Store diverse applicazioni
di controllo parentale e di monitoraggio del tempo trascorso su iPhone e iPad.

Secondo una inchiesta del New York Times la casa di Cupertino avrebbe eslcuso almeno 11 delle 17 applicazioni. La mossa della
piattaforma governata da Tim Cook ha fatto discutere in primi i produttori che hanno sollevato una accusa di pratica anti-concorrenziale
visto che Apple possidede una applicazione analoga chiamata Screen Time. Gli avvocati del gigante californiano hanno per
risposto che il problema la privacy e la sicurezza. Queste applicazioni, che nascono per aiutare i genitori a controllare
e limitare l’accesso ai contenuti da smarphone e tablet, utilizzerebbero infatti la tecnologia Mobile Device Management (o
MDM), impiegata soprattutto nei settori aziendali, per esempio, per il controllo dei dispositivi mobili. Secondo Apple questi
software fornirebbero accesso ad informazioni sensibili dei dispositivi su cui le applicazioni sono installate. Accesso che,
secondo ricerche in mano agli avvocatidi Cupertino, potrebbe essere sfruttato da hacker cattivi e criminali informatici. Insomma,
non sarebbero sicuri. Apple da sempre attentissima ai temi della privacy e ne ha fatto una bandiera. In questo senso
una garanzia per un genitore. Ma non basta. Se persino i controllori delle baby sitter elettroniche cominciano a essere a
loro volto controllati si pone un problema di fiducia. Che forse solo la tecnologia e la reputazione del brand non possono
e non devono risolvere.

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Sorgente – ilsole24ore.com