Direttiva Gdpr, perch la privacy in rete rester un’utopia

/Direttiva Gdpr, perch la privacy in rete rester un’utopia


Ogni mattina un social media editor scopre che i dati dell’azienda per cui lavora vengono utilizzati da soggetti di cui non era a conoscenza. Ogni mattina Facebook rivela qualcosa di s riguardo la propria operativit, dopo averla tenuta riservata per tempo. Non importa quindi se sei Mark Zuckerberg oppure solo un fruitore della rete: se la mattina si dorme fino a tardi, tardi scoprir che i mille frammenti della nostra identit digitale sono sparsi ovunque sulla rete. Per meglio dire sono l’oggetto di un mercato poco conosciuto dal grande pubblico ma che negli ultimi anni cresciuto vorticosamente.

La messe di dati digitali di cui caratterizzata a rete una materia prima preziosa, che fino ad oggi stata acquistata e venduta all’ingrosso da societ terze parti che intermediano il desiderio di aziende come Google o Facebook di avere precise indicazioni del pubblico cui inviare messaggi pubblicitari su misura. Cambridge Analytica, per esempio, ma di certo non solo lei. Finora: perch lo scandalo della societ che ha collaborato con lo staff presidenziale di Donald Trump per l’elezione alla Casa Bianca ha accelerato l’implementazione delle normative europee – estese world wide da Facebook -, promettendo una rivoluzione a tutela della privacy dei consumatori del web. Ma proprio cos?

Come cambia il business dei big data

La direttiva Gdpr (General Data Protection Regulation, in vigore dal 25 maggio prossimo) ha imposto una serie di vincoli che hanno di fatto spinto ad una stretta al brokeraggio tra soggetti B2B che rivendono i tracciati del nostro comportamento in rete, spingendo i big player a investire direttamente nei data center. Dopo una proliferazione di terze parti molto attive nel data brokerage, la tendenza si invertita e sta portando a un riposizionamento in house delle attivit di gestione e data analysis. Si prenda il caso di Google che ha interrotto la cessione alle societ di marketing di report e misurazioni dei dati estratti da DoubleClick Campaign Manager (l’ID DoubleClick raggruppa i dati dei vari prodotti pubblicitari e rivolti al consumatore dell’azienda intorno a un ID utente univoco associato al cookie DoubleClick). E dall’altra punta sempre pi sul business non pubblicitario, investendo in aree come sicurezza e data center; tra gli ultimi casi lo stanziamento di 250 milioni di euro per la creazione di un data center in Belgio.

Se gratis, vuol dire che la merce sei tu

Non detto, per, che questa dinamica aumenti davvero la nostra privacy in rete, complice il fatto che le norme, vecchie e nuove, ci chiedono autorizzazioni che molto spesso diamo senza prestare molta attenzione a ci che scritto. Difficile, molto difficile passare inosservati in rete. Prima di scoprire cosa accade ai nostri dati online, proviamo a capire a cosa servono i nostri dati in rete perch si dice Se gratis, vuol dire che la merce sei tu.

Chi pensa di difendere la propria privacy svuotando la cache o negando il evitando di iscriversi o di accedere a Facebook, sbaglia. A rivelarlo proprio Facebook, lo scorso 16 aprile. A margine della comunicazione sulle novit riguardanti riconoscimento facciale e accesso al social da pare dei minori ), il social fondato da Zuckerberg ha spiegato che fornisce servizi di analisi e microtargeting a moltissimi siti web: i siti web forniscono a Fb tracce del nostro transito presso di loro grazie ai tracker, i pulsanti di condivisione caricati in ogni pagina – che dicono dove ci troviamo, cosa abbiamo visto prima e cosa dopo e molto altro ancora -, e Facebook fornisce a questi siti una serie di servizi molto preziosi di analytics e targeting sul loro pubblico.

Cosa sa di noi Facebook (e gli altri)

In sostanza, quando visitiamo un sito oppure un’app, questi forniscono a Facebook molte informazioni su di noi anche se siamo disconnessi, se non siamo loggati o addirittura se non siamo iscritti al social di Zuck. In altre parole, potete anche non guardare Facebook ma in ogni caso Facebook guarda voi e non ci potete fare nulla. Tutto ci che noi siamo, che facciamo, che odiamo o amiamo, se lo scriviamo o lo segnaliamo con un semplice like o un emoticon, tutto ci insieme finisce sul bancone del big data business, dove sono processati da algoritmi che consentono di rendere pi efficienti politiche commerciali, campagne pubblicitarie, operazioni di marketing. Di chi? Dei nostri fornitori di servizi: dalla consegna del cibo a domicilio alla telefonia, dai servizi assicurativi fino ai comparti off line: dall’automotive al turismo. La direttiva europea sulla protezione dei dati potrebbe ridurre lo spazio per questo mercato: a patto per che gli utenti della rete leggano con attenzione le avvertenze per l’utilizzo dei dati, invece di cliccare su “accetta e continuo”, come accade nella stragrande maggioranza dei casi.

Come cambier Facebook dopo lF8

Browser e Api

Fondamentale il ruolo del nostro browser: quando inseriamo un indirizzo web nello spazio delle url manda messaggi che giungono in media a 19 server, comunicando con gli indirizzi Ip e facendo viaggiare in rete molte altre informazioni. Per esempio i codici Api (application programming interface) ossia quelle insieme di procedure che, detto in parole semplici, permettono di adattare un programma alle esigenze di altri.

Lo scopo evidente: grazie a questi dati l’informazione pubblicitaria in grado di essere targhettizzata in modo estremanente preciso, contattando chi nel recente passato ha mostrato interesse a un’area di prodotti e servizi. La tecnologia offre molti strumenti in questa direzione: per esempio l’abbinamento di un pixel alle url per raccogliere ogni dato possibile su chi la apre e inviargli successivamente contenuti dedicati. Se poi si usa un social login, accedendo cio a un sito tramite l’account di Facecook oppure di Twitter o Instagram, il giro dei dati ancora pi corto.

“I siti web forniscono a Facebook tracce del nostro transito presso di loro grazie ai tracker, i pulsanti di condivisione caricati in ogni pagina, che dicono dove ci troviamo, cosa abbiamo visto prima e cosa dopo e molto altro ancora”

 

Disillusi? Scandalizzati? In realt la lettura delle impostazioni dei social media spiega tutto. Almeno per chi si prende la cura di leggerle: Le persone che usano i social e il web – spiega Pier Luca Santoro project manager di Datamediahub – non leggono, e/o non sono interessate, n alla privacy ed ai termini di utilizzo dei propri dati n al fatto che web e social sono un ecosistema sociale reso possibile dalla tecnologia che per resta secondaria rispetto al fatto che l’essere umano un animale sociale. Le recenti vicende – continua Santoro – che hanno visto Facebook nel mirino, dallo scandalo Cambridge Analytica alla fallimentare campagna #deletefacebook, mostrano che la guerra a Facebook strumentale, basata su interessi specifici, altrimenti non si piegherebbe il perch delle altre piattaforme social, che hanno pi o meno gli stessi problemi, le stesse caratteristiche, non si parli.

Il riferimento a soggetti come Pinterest, che indica i Tribunali della Contea di San Francisco, California, come sede di eventuali controversie legali con utenti italiani: non esattamente dietro l’angolo. O di LinkedIn. Forse non tutti sanno che il social professionale non consente di cancellare il proprio profilo, una volta pubblicato: il vostro cv digitale resta l per sempre, una volta aperto, al massimo potete cambiarlo. Dettagli, visto che come detto il vero business sono i dati, che vengono rivenduti da social come Twitter, Snapchat, Vk, Pinterest o Linkedin. Oltre ovviamente a Facebook.

Come ti individuo il cliente

Ma quanti dati sono necessari agli acquirenti per le loro campagne? Una risposta molto eloquente arriva da Jon Buckley, uno dei boss del marketing del Wall Street Journal, il quale ha spiegato di recente all’International News Media Association che il quotidiano newyorchese utilizza 65 indicatori per spingere i lettori ad abbonarsi sul sito proprio. Sessantacinque fattori utilizzati dal digital marketing del Wsj per microtargettizzare il pubblico e indirizzare loro proposte commerciali al pubblico di riferimento: gusti musicali, credenze religiose, preferenze culinarie, istruzione, tifo sportivo, et, luogo di nascita e di lavoro e relativo tragitto quotidiano e molto altro ancora. Ingredienti per cucire un “vestito tailor made” addosso al cliente.

Una politica commerciale costruita dal Wsj grazie all’apporto di alcuni esterni. Quali? Una di queste proprio Cambridge Analytica, la societ che recentemente ha chiuso i battenti dopo lo scandalo che ha coinvolto Facebook e in relazione la campagna elettorale che lo ha portato Donald Trump alla Casa Bianca nel 2016. C’ da festeggiare per questa svolta? Non ne sono del tutto sicure alcune associazioni di editori europee che hanno scritto alle autorit comunitarie allarmate per la tendenza in atto: gli stop alle societ terze parti e la centralizzazione dei data center rischia di creare nuovi monopoli, sostengono, a vantaggio di soggetti come Google.

Facebook: @maloconte
Twitter: @loconte63

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Sorgente – ilsole24ore.com

2018-05-06T12:23:08+00:006 maggio 2018|Feed Il Sole 24 Ore|0 Commenti

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