Aumentare di un ordine di grandezza il giro d’affari italiano sulle startup e il venture capital; fare maturare il nostro
mercato dell’innovazione. Sono questi gli obiettivi delle numerose misure presenti nella Legge di Bilancio 2019 in materia
di fintech.
Quelle più note e annunciate nei mesi scorsi (in primis dal vicepremier Luigi Di Maio) ruotano attorno alla nascita di un
“fondo dei fondi” nazionale, in grado di essere leva per attirare alcuni miliardi di euro di investimenti italiani in fondi
venture capital, che a loro volta investano in startup.
Le misure si basano su quattro pilastri. Un fondo di sostegno al venture capital in capo al ministero dello sviluppo economico con 30 milioni di euro per gli anni
2019, 2020 e 2012 e di 5 milioni di euro dal 2022 al 2025. La possibilità per i fondi di previdenza obbligatoria di investire
in fondi di venture capital.
L’obbligo per i PIR (Piani Individuali di Risparmio) di investire il 3,5% delle loro risorse in fondi di venture capital.
Obbligo per lo Stato a investire ogni anno in venture il 15% dei dividendi delle partecipate statali.
A supporto della leva finanziaria anche la previsione che il ministro dello Sviluppo Economico possa autorizzare la cessione
di Invitalia Ventures a Cassa Depositi e Prestiti, che nel proprio nuovo piano industriale 2019-2012 ha incluso interventi
più incisivi nel venture capital.
C’è anche l’aumento, al 40 per cento, degli incentivi fiscali per investimenti nel capitale di rischio delle startup innovative. Inoltre, se un’azienda (non startup) compra il 100% di una startup innovativa e lo detenga per almeno tre anni ha una deduzione
fiscale maggiorata al 50%. Una misura pensata per favorire le “exit” delle startup e la loro crescita in aziende innovative strutturate (cosa che è stata sempre una delle maggiori lacune del mercato italiano).
Ufficializzata inoltre la categoria dei business angel, con un registro tenuto da Banca d’Italia: soggetti che investono in
modalità professionale almeno 50mila euro in tre anni in startup italiane. La legge semplifica infine le comunicazioni annuali:
le startup potranno farle sul portale del ministero (invece che in camera di commercio).
«Credo che tra fondi dello Stato, di Cdp e quelli messi per effetto leva dai venture, a regime si possa arrivare a 3-4 miliardi
di euro, fra due-tre anni; tempo necessario perché il mercato si dimensioni», spiega Gianmarco Carnovale, tra i primi consulenti
e imprenditori in questo ambito. C’è da considerare anche che le misure richiedono, entro 120 giorni, decreti attuativi del
ministero. «Così arriveremmo ai livelli del mercato startup attuale della Francia; mentre finora il nostro è stato di un ordine
di grandezza inferiore», aggiunge. Le ultime stime del Politecnico di Milano dicono che gli investimenti in startup in Italia hanno raggiunto 598 milioni di euro
(settembre 2017-inizi novembre 2018), quasi raddoppiati rispetto al periodo precedente equivalente (qui inclusi 229 milioni
di investimenti esteri). «Il piano del Governo arriva al momento giusto, a sostegno di un periodo di crescita organica del
nostro mercato», spiega Carnovale. Favorevole il giudizio, sulle misure, anche da parte dell’associazione Italia Startup.

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